C’è stato un tempo in cui la modella non era ancora una presenza seriale del sistema moda; era piuttosto una scintilla culturale, un volto che intercettava la corrente di un decennio e la restituiva al mondo sotto forma di immagine. Gli anni Sessanta hanno lanciato ragazze che non si limitano ad indossare un abito, ma diventano messaggio, gesto, postura di libertà. È per questo che oggi, quando ci chiediamo dove siano finite le modelle degli anni 60, in realtà stiamo esplorando un’idea di moda più romantica e, un tempo in cui bellezza e rivoluzione viaggiavano insieme.

La nascita di un volto come linguaggio

Il “youthquake” di cui parlavano gli editor dell’epoca non era soltanto questione di orli più corti o silhouette più snelle; era un cambio di sguardo. Le modelle non dovevano somigliare alle signore impeccabili degli anni Cinquanta: dovevano incarnare le tendenze che venivano dalla strada, la musica che usciva dai club, la Londra swing; la moda oscillava tra couture e quotidiano, tra sogno e realismo.

modelle anni 60 twiggy - Life&People MagazineTwiggy, con la sua fisicità minuta e quel taglio garçonne che divenne manifesto, è la prova più evidente di questa svolta. Non era soltanto “la faccia del 1966”: era un modo diverso di essere donna, di essere giovane, di occupare lo spazio con leggerezza e determinazione. La sua carriera, a differenza di molte coetanee, non è stata un’uscita di scena: ha attraversato decenni dal set fotografico al teatro, dalla musica alla televisione, ritornando ciclicamente; è rimasta nel sistema perché la moda, in fondo, è rimasta dentro di lei.

Chi ha scelto il silenzio?

Se Twiggy incarnava la continuità, Jean Shrimpton rappresenta invece una brillante e quasi perfetta sottrazione. Definita la prima supermodella moderna dalla bellezza naturale ed un modo di stare davanti all’obiettivo che pareva intimo, quasi non costruito, Shrimpton ha vissuto un’apoteosi breve e incendiaria, poi ha voltato pagina. Si è ritirata molto presto, scegliendo una vita lontana dai circuiti patinati; una scelta che l’ha resa più potente. In un’epoca in cui tutto tende a restare online per sempre, la sua uscita di scena appare oggi come gesto sofisticato di autodeterminazione: smettere di essere immagine per tornare persona.

Jean Shrimpton - Life&People MagazineMolte modelle dell’epoca hanno preferito una seconda vita privata o creativa senza più esporsi al palcoscenico moda. Negli anni Sessanta la fama non era quella che conosciamo oggi; finito il decennio, finiva spesso anche la stagione del volto, e, non era un fallimento, ma una naturale rotazione del tempo: le muse di ieri si spostavano verso altre identità, con la stessa libertà con cui avevano indossato una minigonna di Mary Quant.

Le avanguardie che hanno cambiato pelle

Altre ancora hanno trasformato la loro presenza in percorso artistico. Veruschka, con quella figura statuaria e quasi irreale, non era una modella nel senso classico: era un corpo performativo, una creatura che univa moda, cinema sperimentale e fotografia d’autore. La sua carriera l’ha vista protagonista anche nel mondo dell’arte, perché la sua immagine era già arte mentre sfilava. Non ha seguito la moda: l’ha spinta a interrogarsi sui suoi confini. Penelope Tree, volto magnetico e “irregolare” in senso modernissimo, è un’altra figura che non ha mai smesso di essere riferimento, anche quando non era più sotto i flash. La sua impronta resta idea di una bellezza non addomesticata, capace di parlare al tempo senza somigliare alle regole.

modelle anni 60 penelope tree - Life&People MagazineE poi c’è Marisa Berenson, che ha scelto una traiettoria quasi cinematografica: dalla passerella alle pellicole, dai set glamour agli universi più autoriali. In lei si percepisce una caratteristica tipica di quel decennio: la modella come creatura di confine, non più solo corpo ma musa per la cultura intera.

L’eredità invisibile ma fortissima

La domanda “dove sono finite?” ha anche una risposta meno biografica e più culturale: sono finite ovunque. Le modelle degli anni Sessanta hanno lasciato un’eredità così forte da diventare parte del DNA della moda contemporanea. Il loro modo di posare in foto più spontaneo, meno teatrale; – il loro modo di incarnare la giovinezza non come decorazione ma come potere; la loro capacità di essere riconoscibili senza essere perfette – è la matrice di tutto ciò che oggi chiamiamo cool. Prima di loro, le modelle erano quasi anonime, parte di un sistema che le rendeva intercambiabili; dopo di loro, diventano personalità. Il loro lascito è l’idea stessa di modella come soggetto, non come supporto e questa rivoluzione vale ancora oggi, anche se cambia linguaggio: vive nelle scelte di casting non convenzionali, nella bellezza che accoglie differenze, nella moda che vuole raccontare una vita e non solo un abito.

Marisa Berenson - Life&People Magazine

Perché mancano così tanto?

Forse mancano perché gli anni Sessanta non erano soltanto estetica: erano una promessa. Quelle donne indossavano una fiducia nel futuro, una freschezza culturale che oggi appare rara. Non c’era l’ansia di “performare” sempre; c’era il piacere reale di appartenere ad un momento ed esserne il volto. In questo senso, la loro sparizione parziale è parte della loro leggenda: ecco perché, quando pensiamo alle modelle di quel decennio, non chiediamo solo dove siano finite; chiediamo dove sia finita quella specie di innocenza moderna che sapeva essere al tempo stesso elegante e rivoluzionaria. Loro, in realtà, non se ne sono mai andate: hanno semplicemente cambiato forma, lasciando in eredità uno sguardo che la moda continua a inseguire.

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