Non era tra i favoriti film in concorso della vigilia eppure, quando il titolo è stato proclamato sul palco, la sorpresa iniziale si è trasformata in consenso. L’83esimo Leone d’Oro va a Kvinde Ukendt, Woman Unknown nel titolo internazionale, della regista danese May el-Toukhy. Un film che arriva al Lido senza il clamore riservato ad altri titoli più attesi e se ne va con il riconoscimento più importante della Mostra. Venezia conferma quello che da novant’anni la rende unica nel panorama mondiale: la capacità di restare specchio del proprio tempo, anche quando quel riflesso non è facile da guardare. Il red carpet del Lido si spegne ma i temi che questa edizione porta sul grande schermo restano aperti oltre la chiusura del Festival.

Un talento silenzioso: il percorso di May el-Toukhy

Danese di origini egiziane, la carriera di May el-Toukhy si fonda proprio su una dedizione artigianale di fondo, tenuta al riparo dai riflettori. Woman Unknown è il suo terzo lungometraggio, una maturazione spontanea sbocciata dopo l’acclamato Dronningen (Queen of Hearts) nel 2019 e l’incursione nella serialità britannica di The Crown. Una traiettoria che dimostra come il talento più solido, spesso, non abbia bisogno di clamore per farsi strada, solo di tempo e del film giusto.

woman unknown film Life&People MagazineDistribuito in Italia da Lucky Red e prodotto dalla Zentropa di Lars von Trier, Woman Unknown si prepara a divenire un’opera che lascerà un segno profondo, la pellicola supera infatti la mera perfezione tecnica per dimostrare come le dinamiche di oppressione resistano anche al fluire dei decenni, delle epoche, del tempo stesso.

Il corpo femminile e l’interpretazione di Mathilde Arcel

Il film racconta la Danimarca del maggio 1945, nei giorni immediatamente successivi alla liberazione dall’occupazione tedesca. Protagonista è Marie, interpretata da Mathilde Arcel, domestica e bambinaia in procinto di sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora. Questo  matrimonio rappresenterebbe per lei un riscatto sociale definitivo ma un segreto rischia di distruggere il sogno. Durante l’occupazione, Marie ha avuto una relazione con un soldato tedesco ed è rimasta incinta. 

mathilde arcelin coppa volpi venezia 83 - Life&People Magazine

Nella Danimarca del dopoguerra le donne pagano un prezzo specifico e spietato, vengono rasate a zero, marchiate, esposte alla violenza pubblica indipendentemente dalla natura volontaria o meno della relazione intercorsa. È un film che – come ha dichiarato la stessa regista – indaga il corpo femminile come campo di battaglia, tema che l’attualità rende tutt’altro che confinato al passato. Per questo ruolo, Mathilde Arcel riceve la Coppa Volpi, regalando al film una doppia vittoria che conferma la centralità in questa edizione.

Rigore e turbolenze geopolitiche: il Leone d’Argento

La giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal e composta, tra gli altri, da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg e Johnnie To, un’edizione difficile dal punto di vista politico. Il verdetto affronta di petto le tensioni geopolitiche assegnando il Leone d’Argento per la miglior regia a DAU di Ilya Khrzhanovsky. La presenza del cineasta russo dissidente era stata duramente contestata dal governo ucraino, che aveva definito il film uno strumento di propaganda filo-russa; ritira il premio, Khrzhanovsky che lo dedica agli ucraini, trasformando il momento sul palco in inno alla resistenza.

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Disparità di genere e il resto del Palmarès

La vittoria di May el-Toukhy assume un peso simbolico particolare se si guarda ai numeri complessivi dell’edizione. Delle ventuno pellicole in concorso, solo due erano dirette da donne, la stessa el-Toukhy e Rachel Szor, co-regista di Naza, film che si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria. Un dato in netto calo rispetto alle sei registe presenti in concorso nell’edizione 2025 che riporta attuale un dibattito aperto dal 2018.

john malkovic wild horse nine - Life&People MagazineIl mosaico dei premi celebra poi John Malkovich con la Coppa Volpi maschile per Wild Horse Nine, mentre il Gran Premio della Giuria consacra Possible Love di Lee Chang-dong. Il cinema italiano resta purtroppo distante dai massimi riconoscimenti, trovando parziale conforto nella sezione Orizzonti, dove un magnetico Riccardo Scamarcio trionfa con “I Figli della Scimmia”.

 

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