Quello che vediamo sul red carpet può essere un semplice abito, oppure può riportare in scena il personaggio di un film. Prendiamo il classico tubino nero: lo si può leggere come un classico intramontabile oppure come un evidente richiamo alla protagonista di una storia nata anni prima: ed è così che il vestito non è solo qualcosa da indossare ma parte di uno storytelling. Sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia questo passaggio è ben visibile: le celebrities arrivano al Lido per presentare un film, ma l’immagine che costruiscono davanti ai fotografi ha un suo potere intrinseco, può proseguire la narrazione avviata sul grande schermo, fare da richiamo per un personaggio oppure raccontare una fase della carriera, lontano dall’essere marginale, la moda diventa linguaggio parallelo al cinema, un sistema di comunicazione proprio.
Sul red carpet un abito può raccontare molto più dello stile
Per molto tempo, il racconto dei look sul red carpet si è concentrato attorno ad una domanda: chi è vestito meglio? Tuttavia, il rapporto tra moda e cinema nasce prima di tutto dalla capacità di un vestito di lasciare il segno. La scelta di uno stile appartenente ad un’altra epoca può esser voluta per richiamare l’ambientazione di un film, oppure il colore può rimandare ad un personaggio specifico; a volte basta una piccola coerenza sufficientemente strutturata da emergere osservando l’intera sequenza delle apparizioni pubbliche della star. Sotto questa prospettiva, il red carpet non è solo luogo in cui il cinema incontra l’alta moda, ma è anche spazio narrativo autonomo, dove una celebrity può decidere cosa raccontare e cosa lasciare all’interpretazione.
Quando il look continua la storia iniziata sullo schermo
La scelta di costruire il guardaroba di un attore rapportandosi al personaggio, alla storia o all’universo visivo del film che sta presentando si chiama method dressing e nasce come termine in analogia con il method acting. In questo modo, i look ispirati ai film si costruiscono lavorando su associazioni sottili: una palette di colori, un materiale specifico o una qualunque forma o elemento ricorrente mantengono l’attore dentro l’immaginario della pellicola.
Il principio è semplice: estendere l’universo cinematografico oltre lo schermo e far proseguire lo storytelling al guardaroba stesso. Andrea Mukamal e Margot Robbie hanno portato avanti il meccanismo per la promozione di Barbie, così come Zendaya e Law Roach, che lo hanno reso riconoscibile nei press tour.
Beetlejuice a Venezia: quando il riferimento diventa parte del gioco
Beetlejuice Beetlejuice, il film d’apertura dell’81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia, rese evidente la scelta dei look. Winona Ryder, che interpretava Lydia Deetz, indossò per la première un look custom made di Chanel costruito secondo l’estetica gotica del personaggio. Una silhouette che riprendeva la collezione primavera-estate 2007, si componeva di uno smoking strutturato, gilet, camicia in crêpe de chine, fiocco nero e gonna in tulle di seta.
Jenna Ortega aveva costruito una successione di riferimenti all’immaginario di Beetlejuice insieme allo stylist Enrique Melendez: nero, bianco, gessati, suggestioni gotiche e richiami ai personaggi del film. In questo modo, il method dressing era parte dello stesso gioco narrativo del film, incarnato da due attrici differenti.
Citare senza travestirsi: il confine tra moda e costume
Esiste un limite sottile tra moda e costume che pone di fronte ad una domanda: quanto può diventare esplicito un riferimento, prima che un look passi di moda e si trasformi in costume promozionale? Il method dressing sul red carpet rende il riferimento riconoscibile per chi conosce il film mentre, per i non addetti ai lavori, può semplicemente restare un look riuscito. Questa stessa distanza crea un terreno fertile per la moda che può decidere d’interpretare una storia anziché illustrarla, citare non significa necessariamente imitare, così come un abito può appartenere all’universo di un personaggio senza tuttavia trasformare chi lo indossa in una sua replica.
Non sempre si racconta il film: a volte il look racconta la star
Non è detto che sia sempre e solo il film al centro della storia, talvolta può esserlo l’immagine delle celebrity, che si costruisce con anni di apparizioni pubbliche e collaborazioni. Il red carpet è il luogo dove quell’identità viene rafforzata oppure rappresenta un taglio netto con il passato e segna una discontinuità. In questo senso, Winona Ryder rappresenta un caso interessante, poiché la cultura goth associata al personaggio di Lydia Deetz è qualcosa che fa parte anche dell’immaginario associato all’attrice; il vestito racconta una storia e, talvolta, quella storia coincide con quella della star.

Maison e stylist entrano nella narrazione
Dietro ad un look da red carpet, lavorano stylist, designer, atelier e maison che diventano co-autori del racconto visivo indossato dalla star. Lo storytelling nella moda prima di tutto è ricerca dell’abito tra le tante opzioni disponibili; l’archivio di una maison porta con sé la storia legata ad essa, un abito custom made consente di costruire ex novo un riferimento, mentre una collezione contemporanea può mettere a disposizione l’abito perfetto per il racconto oppure essere riadattata alla celebrity. Lo stylist unisce questi mondi poiché legge il progetto, conosce l’identità della persona e trova il linguaggio adatto: ciò che conta è che abito, star e contesto appartengano alla stessa immagine coerente.
Tappeto rosso e social: perché raccontare storie rende look memorabili?
Mentre un singolo abito produce fotografie, una storia articolata e coerente produce conversazione attorno ad essa. La comunicazione sul red carpet, infatti, continua anche a distanza dall’evento, e questo è il valore evidente del method dressing. Un riferimento cinematografico che viene riconosciuto e confrontato con il costume originale può essere raccontato nel tempo con video, gallery e caroselli, discusso sui social o traslato in ulteriori contenuti di varia natura.
Se il guardaroba ricorda il film, ogni apparizione della star diventa parte della sua campagna promozionale e, proprio per questo motivo, il fenomeno si è imposto nei press tour contemporanei; la strategia non è tanto solo marketing fine a se stesso, ma anche e soprattutto idea creativa di base.
Il vestito passa, la storia resta
Il red carpet di Venezia offre ogni anno decine di immagini destinate a durare pochi minuti davanti ai fotografi. Tra queste, ce ne sono alcune che continuano a circolare più a lungo perché uniscono moda, cinema e identità in un’unica scena. Quando un vestito riesce a raccontare dettagli sulla persona che lo indossa, sulla storia che sta portando al Lido o sull’immaginario che desidera evocare, il red carpet diventa racconto nel racconto.








