Mentre i riflettori del Lido proiettano bagliori d’oro sulle passerelle e le giurie internazionali accolgono sguardi femminili autorevoli come quello di Maggie Gyllenhaal, la selezione ufficiale dell’83ª edizione della Mostra si scontra con una realtà speculare ben diversa. L’analisi della presenza delle registe donne al Festival del Cinema di Venezia rivela un cortocircuito strutturale difficilmente mimetizzabile. A fronte di un’apparente apertura culturale ai vertici e in sezioni collaterali, la corsa per il Leone d’Oro vede la presenza di un solo titolo a regia femminile firmato da May El-Toukhy con Woman Unknown (a cui si affianca la co-regia di Rachel Szor nel documentario NAZA). Una sproporzione che trasforma l’inclusione in un esercizio di prestigio stilistico, dove la parità brilla nelle immagini ufficiali ma sfuma nel momento in cui si valutano i budget, il potere d’acquisto e le posizioni di massimo prestigio del settore.

Festival Cinema Venezia registe donne May-El-Toukhy- Life&People Magazine

I numeri complessivi dell’evento continuano a mostrare una percentuale di registe vicina al 32 per cento se si abbraccia l’intero programma. Tuttavia, la concentrazione maschile nella selezione principale riapre un dibattito etico e industriale che travalica le scelte del singolo comitato di selezione. Ridurre la polemica alla volontà del direttore artistico Alberto Barbera rischia infatti di nascondere la vera natura del problema. I festival cinematografici rappresentano il terminale espositivo di un sistema industriale che decide, molto prima di arrivare in laguna, a chi affidare i capitali, i cast internazionali e la gestione dei grandi budget necessari per accedere al Concorso.

Il collo di bottiglia industriale: chi finanzia il grande cinema?

Le rivendicazioni nate dalle proteste del movimento MeToo nel 2017 avevano spinto le manifestazioni internazionali verso un’attenzione senza precedenti. Tra il 1939 e il 2018, solo quattro registe avevano conquistato il premio supremo sul Lido: Margarethe von Trotta, Agnès Varda, Mira Nair e Sofia Coppola. Nel sessennio successivo, la tendenza ha subito un’accelerazione con l’assegnazione di Leoni e Palme d’Oro a talenti d’autore. Eppure, questa apparente rivoluzione non ha scalfito la piramide produttiva che regola il cinema d’autore su larga scala. La competizione principale non raccoglie semplicemente i film ritenuti più riusciti secondo una prospettiva puramente estetica, ma seleziona opere sorrette da un’ambizione industriale, produttiva e narrativa adeguata al peso del palcoscenico.

Festival Cinema Venezia registe donne pellicola- Life&People MagazineLe registe trovano spesso spazio nell’ambito del documentario, delle opere prime o dei progetti a piccolo budget, venendo relegate in sezioni come Orizzonti. La ragione di questa polarizzazione risiede nei meccanismi di credito e fiducia che l’industria audiovisiva concede alle autrici. Quando i finanziamenti superano le cifre a sei zeri e richiedono divi di primo piano per garantire la commerciabilità del prodotto, i produttori e i fondi d’investimento tendono a ripiegare su profili maschili consueti, precludendo alle donne l’accesso a quell’infrastruttura visiva che definisce lo standard del Concorso principale.

La trappola della perfezione e il peso del rischio

Un ulteriore elemento analitico riguarda la diversa tolleranza della critica e del mercato nei confronti degli errori delle autrici. Nell’ecosistema dei grandi festival si tollerano regolarmente film maschili irrisolti o pretestuosi, inseriti in programmazione per ragioni di cast, diplomazia tra distribuzioni o passato blasone dei loro autori. Nel caso delle registe, l’asticella del giudizio pare innalzarsi vertiginosamente: un’opera firmata da una donna deve rasentare la perfezione per conquistare un posto nella selezione maggiore.

Festival Cinema Venezia registe donne Sofia Coppola - Life&People MagazineUn posizionamento errato in Concorso rischia peraltro di bruciare la traiettoria di un’autrice. Se una pellicola dalle dimensioni contenute viene proiettata nel contesto spietato della competizione ufficiale, un’eventuale accoglienza fredda da parte della stampa può compromettere la distribuzione internazionale e la carriera futura della regista, un pericolo che le colleghe provenienti da contesti geografici con scarse risorse conoscono bene. Inserire un film in sezioni parallele tutela talvolta l’opera, ma la priva del cono di luce che l’industria riserva esclusivamente ai pretendenti al Leone.

Oltre le ideologie: una pura questione di mercato e qualità industriale

Riconoscere la sproporzione di genere nella selezione principale della Mostra non ha nulla a che fare con rivendicazioni ideologiche o battaglie d’ispirazione femminista. L’analisi della presenza delle registe donne al Festival del Cinema di Venezia rivela un cortocircuito strutturale difficilmente mimetizzabile, che va valutato con la massima laicità e pragmaticità industriale. Non si tratta di invocare quote rosa, corsie preferenziali o un politically correct di facciata che finirebbe per sminuire il valore stesso delle opere.

Festival Cinema Venezia registe donne Woman Unknown - Life&People MagazineAl contrario, la questione si sposta sul piano dell’efficienza e della meritocrazia del settore: un’industria culturale sana ed evoluta non può permettersi di precludere i grandi budget e i palcoscenici più prestigiosi a metà dei suoi talenti migliori. Superare i preconcetti produttivi non significa fare una concessione di genere, ma restituire al mercato del cinema la sua piena libertà espressiva e competitiva, garantendo che a guidare i progetti più ambiziosi siano semplicemente le idee e le capacità registiche, senza alcun filtro legato al sesso dell’autore.

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