Con l’autunno le cene si ritirano tra le mura domestiche, con candele profumate di spezie calde ad illuminare la sera. Apparecchiare la tavola con la ceramica lavorata al tornio, che rinunci alla freddezza delle produzioni industriali, diventa la regola non scritta dell’ospitalità contemporanea. Le profonde irregolarità della materia, con le tipiche colature di smalto su bordi ricordano una filosofia profondamente artigianale. È un richiamo alla terra – nel senso più letterale – e alle cose semplici, anche se avvicinandosi a questo mondo si scopre che qui la semplicità ha spesso il prezzo del lusso.
Cosa racconta un piatto? Apparecchiare la tavola con ceramica
Osservando il caso di Astier de Villatte, maison fondata a Parigi nel 1996 da Ivan Pericoli e Benoît Astier de Villatte si capisce subito l’importanza dell’artigianalità nelle tendenze. Le stoviglie prodotte nascono da una terracotta nera estratta nel bacino parigino e ricoperta da uno smalto bianco latteo che, assottigliandosi qua e là, lascia affiorare il colore scuro dell’argilla. Sotto ogni pezzo compaiono il monogramma della casa e le iniziali dell’artigiano che l’ha realizzato. L’imperfezione, in altre parole, non è più un difetto da nascondere ma un segno di autenticità e come ogni autenticità ha un valore che il mercato riconosce. Apparecchiare la tavola con la ceramica artigianale significa anche questo: scegliere un’eleganza che non ostenta, affidato al tempo, e alle mani, di qualcuno.

I materiali: gres e ceramica cruda
Dietro l’aspetto rustico della ceramica si nascondono materiali molto diversi, come il gres, che viene viene cotto a temperature elevate, oltre i mille e duecento gradi. In quel calore l’impasto si vetrifica, diventando compatto, resistente e poco poroso, la scelta più adatta all’uso quotidiano. La ceramica cruda invece, o anche quella lasciata solo in parte senza smalto, mostra l’argilla a vista e offre al tatto una superficie asciutta, più polverosa e molto più delicata e assorbente. Per questo conviene destinarla ai pezzi di servizio, come ai portapane, alle ciotole per frutta secca, lasciando al gres il compito di accogliere zuppe e risotti.

Il fuoco e l’artigianalità: autori dell’imprevedibile
Gran parte del fascino di questi oggetti nasce nel forno come per la cottura a legna che lascia la cenere depositarsi sulle superfici fondendosi in smalti naturali, ogni volta diversi. La tecnica del raku ne porta la casualità all’estremo. In questa lavorazione il pezzo viene estratto incandescente e immerso in materiali combustibili come segatura o foglie. Lo shock termico disegna crettature sottili e riflessi metallici impossibili da replicare. La tecnica nasce nella Kyoto del Cinquecento ed è strettamente legata alla cerimonia del tè e alla famiglia Raku. Da allora il metodo di cottura segreto in cui l’artigiano accetta di condividere la creazione di una piccola opera d’arte in ceramica con l’imprevedibilità fuoco si tramanda di generazione in generazione.

Mani in pasta e oro nelle crepe
Il rinnovato interesse per l’artigianalità non si ferma all’acquisto della ceramica, e questo è evidente nella vasta proposta di corsi di ceramica in molte grandi città. Con la formula dell’aperitornio in poche ore di laboratorio si modellano le prime tazze, che dopo la cottura vengono recuperate un mese più tardi, pronte per la tavola. Interessante in questo senso anche l’approccio del kintsugi, tecnica anch’essa proveniente dal Giappone. L’obiettivo è trasformare le fratture della ceramica in una linea luminosa con una lacca naturale arricchita di polvere d’oro. I kit per principianti si trovano facilmente, ma molti utilizzano resine sintetiche non adatte al contatto con il cibo, che vanno bene solo per vasi e oggetti decorativi – per un piatto da usare a tavola serve il metodo tradizionale.

Grigio fumo, salvia e terracotta: la palette della tavola
Il grigio fumo ha il dono di far risaltare i colori caldi della stagione, mentre il salvia, verde spento che pare velato di polvere, trova ulteriore risalto sull’arancio di molte pietanze autunnali. La terracotta, con i suoi riflessi bruciati, sembra pensata per le castagne e per tutto ciò che sa di legna e di bosco. Nessun pezzo deve appartenere allo stesso servizio, la tavola acquista carattere proprio quando un piatto grigio si ritrova accanto a una fondina di un altro colore. L’importante è che una finitura opaca condivisa ne riveli la parentela; a completare la scena basta la luce di qualche candela e un tagliere di legno.








