L’esigenza di ridefinire il concetto di cura personale incontra oggi uno scenario in rapida trasformazione, dove la tecnologia rischia spesso di sovrastare la dimensione autenticamente umana. Nel panorama dell’estetica professionale, pura beauty concept rappresenta un osservatorio privilegiato per interpretare i mutamenti sociali, la perfezione estetica, i linguaggi giovanili e le abitudini di consumo su scala internazionale. Fondato nel 2013 da Alessandro Ardesi, il progetto ha attraversato un’evoluzione continua, superando la pura dimensione del macchinario da centro estetico per abbracciare una filosofia di ampio respiro che mette in relazione il mondo medicale, la formazione, l’hospitality e le scienze comportamentali.

Pura Beauty Concept Alessandro Ardesi - Life&People MagazinePartito da Brescia con un’esperienza formativa nel settore medicale per poi affacciarsi ai grandi circuiti di Hong Kong e ai mercati di Spagna, Portogallo e Romania, Ardesi ha maturato una prospettiva non convenzionale. L’azienda non si limita a distribuire apparecchiature a quasi duemila strutture partner e gestire centri diretti, ma raccoglie dati e comportamenti reali su oltre due milioni di trattamenti annui. Attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale usata come strumento d’indagine sociologica e la contaminazione costante tra colleghi e mercati lontani, emerge una riflessione etica cruciale: smettere di rincorrere promesse inarrivabili per restituire alle persone la familiarità con la propria immagine.

Imprenditore ed osservatore

In oltre quindici anni ha attraversato mondi molto diversi — dal medicale alla tecnologia per l’estetica, dalla formazione al wellness, fino all’hospitality e ai mercati internazionali. Che cosa ha imparato, strada facendo, che oggi considera più importante di qualsiasi competenza specifica di settore? E quando ha capito che il vero valore del suo lavoro non era più soltanto costruire un’impresa, ma imparare a leggere ciò che stava cambiando intorno a lei?

“Ho imparato a cambiare idea. Può sembrare una risposta semplice, ma credo sia una delle cose più difficili per chi fa impresa. Più investi tempo, denaro ed energie in qualcosa, più rischi di difenderla non perché sia ancora giusta, ma perché è diventata tua. Da giovane cercavo soprattutto risposte. Oggi cerco molto di più le domande giuste. Ricordo ancora il mio primo viaggio a Hong Kong. Ero solo. Ricordo i colori, la velocità, tecnologie che in Europa quasi non vedevo ancora. Quando sono tornato ho provato una sensazione strana: mi sembrava che tutto fosse improvvisamente più lento. Non ero tornato con un business plan perfetto. Ero tornato con una curiosità: capire se una parte di quella trasformazione potesse essere portata a terra nel mio Paese, negli anni questa curiosità è diventata quasi un metodo.

Pura Beauty Concept Hub Experience - Life&People MagazineQuando viaggio scrivo, fotografo, osservo hotel, negozi, persone, servizi. Mi interessano soprattutto le cose che apparentemente non hanno nulla a che fare con il mio lavoro. Perché ho capito che se cerco il futuro del beauty soltanto dentro il beauty, probabilmente arriverò tardi. Oggi penso che il valore di un imprenditore non stia necessariamente nel prevedere il futuro. Sta nel riconoscere quando il presente ha già iniziato a cambiare, anche se quasi nessuno se ne è ancora accorto”

Il coraggio di abbandonare ciò che funziona

Nel percorso di Pura Beauty Concept ha scelto più volte di modificare modello, identità e linguaggio, arrivando anche ad abbandonare impostazioni che avevano funzionato. Quanto è difficile, per un imprenditore, rinunciare a un modello di successo prima che il mercato lo costringa a farlo? E quali sono i segnali che le fanno capire che qualcosa deve essere cambiato, anche quando i numeri sembrano ancora dare ragione alla strategia precedente?

Cambiare qualcosa che non funziona è relativamente semplice. Il mercato ti sta già dicendo cosa fare. La vera difficoltà è avere il coraggio di mettere in discussione qualcosa mentre funziona ancora.Mi era già successo prima di Pura, nel 2012 avevo costruito il mio primo progetto nella cura della persona: da un singolo punto vendita eravamo arrivati a otto sedi in circa dieci mesi. Eppure ho scelto di cedere il marchio. Non era una questione economica. Avevo capito, forse allora più intuitivamente di quanto riesca a spiegarlo oggi, che non cercavo soltanto un’impresa scalabile nei numeri. Cercavo qualcosa che potesse essere scalabile anche nelle competenze, nelle esperienze, nelle relazioni, nella possibilità di farmi incontrare mondi diversi.

Pura negli anni ha avuto bisogno più volte di cambiare pelle

Abbiamo modificato modelli, linguaggi, persino l’identità del marchio. Alcune cose funzionavano ancora, ma non ci rappresentavano più.A trent’anni pensavo che crescere significasse soprattutto aggiungere: prodotti, clienti, mercati, persone, opportunità. Oggi penso che una parte importante della crescita consista nel saper togliere. E poi c’è la decisione. Puoi avere accanto persone molto più competenti di te, dati, consulenti, collaboratori.

Pura Beauty Concept azienda - Life&People MagazineMa esiste un ultimo centimetro della scelta nel quale nessuno può accompagnarti. Sei tu e quello che decidi. Non considero questo eroismo imprenditoriale. Lo considero responsabilità. Dietro una scelta ci sono collaboratori, clienti, partner, persone che ogni giorno affidano una parte del proprio lavoro alle tue decisioni. Rischiare senza comprendere le possibili conseguenze non significa necessariamente essere coraggiosi. A volte significa semplicemente essere incoscienti”.

La bellezza: lente sulla società

Oggi sembra guardare alla beauty industry non semplicemente come a un mercato, ma come a una sorta di osservatorio privileged sui comportamenti delle persone. Che cosa racconta realmente il modo in cui ci prendiamo cura del nostro corpo, della nostra immagine e del nostro benessere? Quali trasformazioni sociali e generazionali, secondo lei, stanno emergendo oggi proprio attraverso il mondo della bellezza?

“C’è una cosa molto semplice che osservo spesso: gli occhi delle persone quando si guardano allo specchio dopo un cambiamento. Nell’hair è evidentissimo. Puoi avere un colore tecnicamente perfetto, ma la cliente lo immaginava appena diverso. Puoi aver realizzato un taglio migliore, ma quella linea per lei è troppo netta. Il professionista vede un risultato migliore; la persona allo specchio, qualche volta, vede qualcuno che riconosce un po’ meno. Questo mi ha fatto riflettere molto. Nel beauty abbiamo misurato per anni il miglioramento. Forse dovremmo iniziare a misurare anche il riconoscimento. Penso a un paio di jeans nuovi. Possono essere bellissimi, perfetti, appena acquistati, ma difficilmente hanno subito la naturalezza di quelli che indossiamo da cinque anni.

Il nostro corpo conserva memoria

E in qualche modo anche lo specchio ci conosce. A volte vedo una persona con un capello più curato o persino un corpo oggettivamente migliorato e percepisco una piccola esitazione: “sono ancora io?”. Credo che questa sia una delle questioni più interessanti per il futuro della bellezza. Per anni ci siamo chiesti quanto possiamo migliorare una persona. Forse dovremmo iniziare a chiederci quanto possiamo cambiarla senza farle perdere familiarità con se stessa. Questo diventa ancora più importante con le nuove generazioni, che crescono tra filtri, algoritmi, immagini modificate e una quantità di informazioni sul proprio corpo che noi non abbiamo mai avuto. Il beauty non può limitarsi ad aggiungere un’altra promessa. Deve assumersi anche una responsabilità culturale.

Internazionalizzare non significa replicare

Le esperienze in Italia, Spagna, Portogallo e Romania le hanno fatto mettere in discussione l’idea di internazionalizzazione come semplice esportazione di un modello italiano. Qual è la differenza più profonda che ha incontrato tra mercati e culture? E quanto è necessario, per un’azienda che vuole crescere internazionalmente, essere disposta a perdere una parte della propria identità per comprenderne realmente un’altra?

In Spagna ho imparato questa lezione commettendo un errore. Avevo aperto uno spazio progettato con grande attenzione, affidandomi a professionisti capaci di interpretare molto bene quell’estetica mediterranea e ibizenca che cercavo. Era un luogo bello. Il problema è che quel mercato non aveva bisogno di un altro luogo bello. Cercava concretezza. Avevo studiato molto bene il progetto e non abbastanza la domanda. Da imprenditore avevo cercato il mio pensiero invece di ascoltare prima quello del mercato. È stato importante capirlo. Quando lavori all’estero sei molto più solo di quanto appaia nelle fotografie di un viaggio di lavoro. Devi imparare una lingua, ma soprattutto devi imparare un linguaggio.

Pura Beauty Concept negozio - Life&People MagazineDevi capire tempi, fiducia, aspettative, codici sociali. Da quell’esperienza ho smesso progressivamente di chiedermi: “come posso portare qui il nostro modello?” e ho iniziato a chiedermi: “che cosa può insegnare questo luogo al nostro modello?” Non penso che internazionalizzarsi significhi perdere identità. Bisogna però distinguere l’identità dalle abitudini. L’identità è ciò che scegli di non negoziare. Le abitudini sono semplicemente il modo in cui hai sempre fatto le cose. Confondere le due può essere molto costoso”.

Tecnologia versus esperienza

Ha iniziato il suo percorso nel mondo della tecnologia applicata all’estetica, ma progressivamente ha allargato lo sguardo alla formazione, al wellness, al fitness e all’hospitality. Crede che il futuro della beauty industry sarà determinato dalla tecnologia o, al contrario, dalla capacità di restituire alle persone un’esperienza sempre più umana, personale e significativa? E dove si colloca, secondo lei, il confine tra innovazione e semplice tecnicizzazione del servizio?

Credo che la tecnologia migliore sia quella che, a un certo punto, smetti quasi di percepire come tecnologia. Lavoro da molti anni con apparecchiature estetiche e conosco bene la tentazione del settore: più potenza, più funzioni, un nuovo display, un nuovo protocollo. Sono elementi importanti ma nessuna persona entra in un centro desiderando un display migliore, entra con un’aspettativa.

Conta molto l’hospitality

Un grande hotel può insegnare al beauty cose che una nuova macchina non insegnerà mai: come vieni accolto, quanto viene ricordato di te, il ritmo dell’esperienza, una luce, un profumo, il modo in cui qualcuno pronuncia il tuo nome. La tecnologia deve essere estremamente sofisticata dietro le quinte e possibilmente semplice davanti alla persona. Il confine, per me, è abbastanza chiaro: se la tecnologia migliora un risultato o rende migliore l’esperienza, è innovazione. Se aggiunge complessità soltanto per dimostrare quanto siamo tecnologici, è tecnicizzazione. Il rischio del futuro non credo sia avere troppa tecnologia. È avere tecnologie del 2030 dentro esperienze rimaste al 2010″.

Pura Beauty Concept salone - Life&People Magazine

L’AI: strumento di interpretazione

Il suo approccio all’intelligenza artificiale è particolarmente interessante perché non la considera un fine tecnologico, ma uno strumento per leggere più rapidamente segnali, comportamenti e cambiamenti generazionali. Ma può un algoritmo comprendere davvero un cambiamento culturale, un desiderio ancora latente, qualcosa che le persone stesse non sono ancora in grado di esprimere? E quale deve rimanere, in questo processo, il ruolo dell’intuizione e dell’esperienza umana?

Non credo che un algoritmo possa comprendere da solo un cambiamento culturale ma può aiutarmi a capire quando sono io a non averlo compreso, ed è una differenza enorme. L’intelligenza artificiale può mettere in relazione una quantità di informazioni che una persona difficilmente riuscirebbe a gestire: dati, comportamenti, ricorrenze, linguaggi, differenze tra generazioni e mercati.

Non vive, non vede quegli occhi davanti allo specchio

non sente un’esitazione in una conversazione, non torna da Hong Kong con la sensazione che il proprio mondo improvvisamente stia andando più piano. L’intuizione umana rimane fondamentale, per questo l’AI mi interessa, non la utilizzo per farmi dire cosa devo pensare. La utilizzo per mettere sotto pressione ciò che penso, se credo di avere intercettato un fenomeno, posso cercare dati, confrontare comportamenti, interrogare informazioni e domandarmi: lo sto vedendo davvero oppure sto semplicemente cercando conferme alla mia idea?

Anticipare il consumatore

Oggi il consumatore cambia molto più velocemente dei modelli organizzativi delle aziende. Secondo la sua esperienza, quali sono i segnali deboli che un imprenditore dovrebbe imparare a intercettare prima che diventino trend evidenti? E c’è un comportamento che oggi vede emergere nei consumatori e che ritiene destinato a cambiare profondamente il modo in cui concepiremo la bellezza nei prossimi cinque-dieci anni?

Quando viaggio fotografo e scrivo molto, raramente fotografo soltanto ciò che è bello. Fotografo soprattutto quello che non capisco immediatamente. Recentemente ho visto una lavanderia che vendeva anche vino. Mi sono fermato a pensarci. All’inizio sembravano due attività senza nessun rapporto. Poi ho pensato al paradosso: il vino è proprio una delle cose che può sporcare ciò che una lavanderia pulisce. Non so se quel negozio diventerà un modello di successo e non è questo che mi interessa. Mi interessa che qualcuno abbia avuto il coraggio di mettere insieme due categorie che normalmente teniamo separate. Io cerco molto questi cortocircuiti.

Perché spesso il prossimo cambiamento del beauty non nasce nel beauty.

Può essere già presente in un hotel, nella moda, nel food, nel modo in cui progettiamo una casa o nel comportamento di un ragazzo davanti a uno smartphone. E proprio i giovani mi interessano molto. Non li considero il prossimo target del beauty. Sarebbe riduttivo. Sono le persone che costruiranno il mondo nel quale anche noi dovremo vivere. È un pensiero che porto anche nella mia esperienza di padre: considero l’educazione un investimento sul futuro collettivo. Consegnare al mondo persone più curiose, preparate e capaci di scegliere significa contribuire alla qualità della società nella quale vivremo tutti.Nel beauty questa generazione ci pone una domanda difficile: cosa succede quando cresci conoscendo il tuo volto anche attraverso una versione filtrata di te stesso? Credo che nei prossimi dieci anni dovremo parlare molto meno soltanto di come apparire meglio e molto di più di come costruire un rapporto sano con la propria immagine”.

La sua idea di futuro?

Se guarda oggi al percorso fatto, sembra esserci un filo conduttore: osservare, mettere in relazione mondi diversi e trasformare ciò che si osserva in nuovi modelli. Se dovesse immaginare il prossimo capitolo, senza vincolarsi necessariamente a un’azienda o a un prodotto, quale problema del mondo della bellezza sente oggi di voler ancora risolvere? E quale idea, invece, vorrebbe contribuire a cambiare nel modo in cui interpretiamo la bellezza?

Vorrei ridimensionare la cultura della promessa. È quasi paradossale dirlo per qualcuno che da quindici anni lavora anche vendendo tecnologie estetiche. Ma forse è proprio per questo che sento di poterlo dire. Non voglio promettere una bellezza che non arriverà, un trattamento che non potrà mantenere ciò che promette o l’idea che esista sempre qualcosa da correggere. La tecnologia può aiutare moltissimo. Un professionista competente può migliorare concretamente una condizione. La ricerca continuerà a darci possibilità straordinarie.

Pura Beauty Concept Alessandro Ardesi - Life&People MagazineMa credo esista un punto oltre il quale la bellezza non si possa acquistare in un negozio. Possiamo accompagnarla. Possiamo prendercene cura. Possiamo aiutare una persona a stare meglio nel proprio corpo. Ma una parte della bellezza arriva anche quando smettiamo di considerarci continuamente qualcosa da correggere.

Dalla visione al progetto

Pura Beauty Concept nasce nel 2013. Come nasce concretamente il progetto e quale esigenza voleva inizialmente rispondere? Oggi, invece, che cos’è esattamente Pura Beauty Concep  quali sono le sue attività, a chi si rivolge e quale ruolo vuole avere all’interno dell’evoluzione del settore beauty professionale?

Pura nasce in modo molto più concreto di quanto forse suggerisca tutto quello che abbiamo raccontato fino a qui. Nel 2013 torno da Hong Kong avendo visto tecnologie e modelli che in Italia erano ancora poco diffusi. In particolare il laser a diodo mi sembrava avere grandi possibilità, ma vedevo un accesso ancora complesso: investimenti importanti, modelli commerciali rigidi, molta tecnologia e non sempre altrettanta capacità di renderla comprensibile e utilizzabile. La prima idea di Pura nasce lì: semplificare. Rendere la tecnologia più accessibile ai professionisti e costruirle intorno un modello sostenibile. Poi sono passati gli anni e sarebbe poco credibile dire che Pura sia ancora soltanto quella cosa.

Oggi lavoriamo con tecnologie per l’estetica professionale,

formazione, assistenza e sviluppo di modelli di servizio. Abbiamo centri direttamente gestiti e una rete di professionisti e partner in Italia e all’estero che ci permette anche di osservare quotidianamente cosa succede quando una nostra idea incontra una persona reale. Ed è probabilmente questa la parte che oggi mi interessa di più. Non considero più un centro soltanto un luogo nel quale erogare un trattamento. Può essere anche un piccolo osservatorio: capire cosa viene scelto, cosa viene abbandonato, quali aspettative vengono soddisfatte, quali no, quali parole cambiano, quali comportamenti iniziano a ripetersi.

Pura Beauty Concept oggi è anche il luogo nel quale provo a portare a terra alcune delle cose che osservo fuori. Un’idea vista in un hotel. Una domanda arrivata da un professionista. Un comportamento emerso in un altro Paese. Un dato che non torna. Una possibilità tecnologica. Una conversazione con qualcuno che appartiene a un mondo completamente diverso. Non so se tra dieci anni la definizione di Pura sarà ancora la stessa. E non mi preoccupa. Se un’azienda vuole osservare il cambiamento, non può pretendere di rimanerne fuori.

 

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