Esiste un silenzio, a Venezia, che non appartiene alla laguna, ma alla fibra stessa della materia, è il silenzio delle pietre che hanno visto i secoli, ma che oggi, sotto le volte solenni delle Gallerie dell’Accademia, sembrano vibrare di una tensione elettrica nuova. La mostra di Marina Abramovic, non è una semplice esposizione di reperti performativi, ma un vero e proprio dispositivo di ricarica ontologica. A ottant’anni, la “madre della performance art” non si limita a occupare lo spazio; lo trasforma in un campo magnetico. In un’epoca in cui l’arte è spesso ridotta a simulacro digitale, l’artista serba rompe gli schemi del visibile per riportarci alla gravità del corpo, proponendo un’esperienza che non si guarda con gli occhi, ma si assorbe attraverso i pori della pelle, diventando noi stessi parte del circuito energetico tra passato rinascimentale e presente assoluto.
Transforming Energy: l’alchimia tra Shai Baitel e Abramović
Curata con rigore millimetrico da Shai Baitel, la mostra si dipana come un organismo vivente tra le sale della collezione permanente e gli spazi dedicati alle temporanee. L’intuizione fondamentale è stata quella di inserire il lavoro della Abramović non come una nota a piè di pagina della storia veneziana, ma come un reagente chimico all’interno del patrimonio dell’Accademia. Mentre i capolavori di Giorgione e Tiziano definiscono l’identità culturale della città attraverso la pittura, l’artista interviene sulla “fisica” della fruizione.
Il titolo, Transforming Energy, non è metafora, è dichiarazione d’intenti tecnica. La ricerca dell’artista, evolutasi dai sacrifici fisici estremi degli anni ’70 verso una dimensione più meditativa e sciamanica, trova qui il suo compimento. La collaborazione con il Modern Art Museum di Shanghai e l’uso di minerali grezzi provenienti dalle viscere della terra segnano il ritorno di una spiritualità materica che sembrava perduta nei labirinti del concettualismo contemporaneo.
Transitory Objects: quando la pietra smette di essere statica
Il fulcro dell’esperienza veneziana è costituito dai cosiddetti Transitory Objects. Non chiamateli sculture. Sono strumenti, si tratta di letti, sedie e strutture in pietra imponenti, in cui sono incastonati cristalli di quarzo e altri minerali selezionati per le loro presunte proprietà piezoelettriche e conduttive. Il pubblico è invitato a un’interazione radicale: sdraiarsi, sedersi o restare in piedi su queste strutture, chiudere gli occhi e attendere. In quel momento, avviene ciò che l’artista definisce “trasmissione di energia”. Non è un atto magico, ma un esercizio di presenza. In un mondo che corre verso l’immaterialità, la Abramović ci costringe al contatto con la mineralità del mondo. Il cristallo funge da ponte: assorbe il calore del visitatore e restituisce una vibrazione che, nelle intenzioni dell’autrice, serve a pulire il campo mentale dalle interferenze della quotidianità. È un invito a diventare pietra, a sintonizzarsi sul tempo geologico per guarire dal tempo digitale.

Dialogo con il Rinascimento: lo spirito nel corpo
L’aspetto più colto dell’operazione è il confronto diretto con i maestri veneziani. L’allestimento mette in risalto come la ricerca della Abramović sulla sacralità del corpo umano sia, in fondo, una prosecuzione moderna dell’umanesimo rinascimentale. Dove Tiziano usava il colore per dare carne allo spirito, la Abramović usa il corpo vivo — il proprio o quello del pubblico — per rendere tangibile l’invisibile.
L’esposizione si insinua tra le pale d’altare e i ritratti dogali non per contrasto, ma per risonanza. Le grandi testate d’arte internazionali hanno notato come questa mostra rappresenti il “ritorno della grande narrazione” a Venezia: un’arte che non ha paura di parlare di energia, di anima e di guarigione. È una sfida alla cinica freddezza del mercato dell’arte, un ritorno alle radici della funzione sociale dell’artista come tramite tra il terreno e il divino.
La tecnologia del silenzio
Nonostante l’uso di materiali ancestrali, Transforming Energy è una mostra profondamente tecnologica, se intendiamo la tecnologia come “téchne”, ovvero arte del fare con sapienza. L’integrazione di monitor che ripercorrono le performance storiche dell’artista serve da contrappunto didattico, ma la vera tecnologia è quella del silenzio che si genera nelle sale. Il pubblico, solitamente frenetico nel documentare ogni istante con i propri dispositivi, viene catturato da una gravità diversa. Davanti ai Transitory Objects, la compulsione al clic si placa. La mostra costringe a una pausa che è, essa stessa, una performance collettiva. Vedere file di persone che, in silenzio, attendono il proprio turno per toccare un cristallo o sdraiarsi su una lastra di pietra, trasforma le Gallerie dell’Accademia in una cattedrale laica della modernità.
Ricaricare il futuro
A ottant’anni, Marina Abramović consegna un messaggio di speranza che è anche un monito politico. In un’epoca di esaurimento energetico e psicologico, l’artista suggerisce che la fonte della ricarica non è esterna, ma risiede nella nostra capacità di riconnetterci con gli elementi fondamentali: la terra (la pietra), la luce (il cristallo) e il respiro (il corpo). Transforming Energy è molto più di una mostra; è un protocollo di sopravvivenza spirituale. Uscendo dalle Gallerie, con ancora addosso la freschezza del marmo e la suggestione della luce veneziana, si ha la sensazione che l’energia non sia stata solo “trasformata”, ma finalmente restituita ai legittimi proprietari: noi stessi. Venezia, con la sua fragilità monumentale, era l’unico luogo possibile per questo miracolo di equilibrio tra passato glorioso e futuro energetico.








