Venezia non è una città, è un palinsesto. Mentre il mondo accorre verso i cancelli dorati dei Giardini, esiste una Laguna che decide di vibrare su frequenze più sottili. La 61. Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys e concepita dalla visione radicale di Koyo Kouoh, ci invita a un esercizio di ascolto profondo. Abbandonare la via maestra per perdersi nei percorsi della Biennale d’Arte significa accettare una sfida percettiva: quella di cercare la bellezza nella pausa, nella dissonanza, in quel “lamento che si trasforma in armonia” di cui la curatrice – scomparsa improvvisamente lasciandoci un testamento poetico immenso – ha intessuto l’intera città. In questo scenario, l’arte non è più un oggetto da consumare con lo sguardo, ma un’oasi di resistenza vitale che colonizza calli silenziose, biblioteche millenarie e hotel trasformati in musei effimeri.
Sculture monumentali e tempo del sacro: San Giorgio e la Marciana
Il viaggio oltre i confini istituzionali non può che partire dall’isola di San Giorgio Maggiore. Qui, la verticalità della Basilica accoglie Barry X Ball con The Shape of Time. Le sue sculture, frutto di una perizia tecnica che sfida il marmo e la tecnologia, instaurano un dialogo plastico con l’architettura palladiana, ricordandoci che il contemporaneo non è rottura, ma una stratificazione continua.
Spostandosi verso il cuore politico della Serenissima, la Biblioteca Nazionale Marciana diventa il palcoscenico di un contrasto brutale e affascinante. Da una parte la fragilità cerimoniale di Ben Hamouda in Fragments of Fire Worship, dall’altra la potenza concettuale di Lara Favaretto con Momentary Monument – The Library. Quest’ultima opera agisce come un dispositivo di memoria: i libri, salvati o abbandonati, diventano sculture di pensiero in un luogo che del sapere è custode sacro. È l’essenza stessa delle “tonalità minori”: trovare la forza monumentale nel dettaglio, nel frammento che resiste all’oblio.
Alchimie del corpo: Marina Abramović alle Gallerie dell’Accademia
In questo pellegrinaggio tra il materiale e l’immateriale, il percorso trova una delle sue tappe più mistiche alle Gallerie dell’Accademia. Dal 6 maggio al 19 ottobre, le sale che custodiscono l’identità rinascimentale di Venezia si aprono a Transforming Energy, la personale di Marina Abramović curata da Shai Baitel. Non si tratta di una semplice giustapposizione, ma di un dialogo viscerale in cui l’arte performativa pionieristica dell’artista serba si insinua tra i capolavori del passato, scardinando la staticità museale.
Al cuore dell’esposizione risiede il concetto di “trasmissione di energia”: i visitatori non sono più spettatori passivi, ma attivatori dell’opera attraverso i Transitory Objects. Sdraiandosi o sedendosi su strutture in pietra con cristalli incastonati, il pubblico è invitato a sperimentare una riconnessione fisica e spirituale che trasforma il corpo stesso in un conduttore tra la storia del luogo e l’energia del presente. È un invito radicale a “sostare”, a sentire il peso del tempo e la vibrazione della materia, integrandosi perfettamente in quella visione di lentezza e consapevolezza che permea l’intera stagione veneziana.
L’attivismo della luce e il potere della comunità
Se la Biennale ufficiale esplora la vulnerabilità, la “Biennale OFF” risponde con la resilienza luminosa. Alle Procuratie Vecchie, negli spazi di The Human Safety Net, Marinella Senatore eleva il suo grido poetico con We Rise by Lifting Others. Le sue sculture di luce, ispirate alle luminarie della tradizione popolare sud-italiana, trasformano lo spazio espositivo in una piazza sociale. L’opera della Senatore è un invito all’azione collettiva, un ponte tra l’estetica e l’impegno civile che si sposa perfettamente con la filosofia della Fondazione Querini Stampalia, dove il progetto The Dreamer (dal 5 maggio 2026) continua a interrogare il rapporto tra sogno e realtà urbana.
Street Art e performance sul Canal Grande: il ritorno di JR
Venezia è una città che solitamente respinge l’effimero della strada, eppure il programma e gli eventi alla Biennale d’Arte vedono il ritorno dirompente di JR. L’artista francese porta la sua poetica degli sguardi monumentali direttamente sul Canal Grande. La sua performance non è solo un atto visivo, ma un’operazione di chirurgia urbana che svela la “Materialità” delle persone comuni. Poco distante, a Cannaregio, il Venice Venice Hotel ospita Il Gesto, un arazzo monumentale che funge da soglia tra il passato tessile della città e il presente cosmopolita. Qui, la street art incontra l’alto artigianato, dimostrando che il linguaggio della strada può abitare anche i palazzi più sofisticati senza perdere la sua carica eversiva.
Home gallery e archivi: il collezionismo come cura
La vera scoperta di questa edizione risiede però nei luoghi della prossimità. La Fondazione Giancarlo Ligabue, con il progetto Collecto, apre le porte di un archivio straordinario dal 7 al 24 maggio, trasformando la ricerca antropologica in un’esperienza estetica immersiva. Ma è nella dimensione privata che Venezia dà il meglio di sé. La Palazzina Fortuny alla Giudecca, attraverso la collaborazione tra Fortuny e Chahan, si trasforma in una home gallery accessibile su appuntamento. È un ritorno alle origini: l’arte che abita la casa, che si fonde con gli arredi, che diventa parte di una quotidianità colta e lenta.
Sulla stessa linea d’onda si muove la Galleria Alberta Pane con The Materiality of Judy Chicago. Chicago, pioniera del femminismo artistico, trova in Calle dei Guardiani un rifugio dove la materia si fa corpo e narrazione, unendosi idealmente a quella visione di Koyo Kouoh che ha sempre posto le artiste donne e i linguaggi femministi al centro della propria decostruzione dei canoni eurocentrici.
Una guida per rallentare il passo
Se da una parte vince l’ossessione per il controllo e la conquista – quella “colonizzazione della Luna” citata da James Baldwin nell’incipit curatoriale – dall’altra Venezia ci insegna a danzare davanti all’astro come un’antica amica. Abbandonare i padiglioni affollati per seguire questi percorsi alternativi non è solo una scelta turistica, ma un atto di fedeltà alla memoria di Kouoh. Significa sintonizzarsi sui sussurri, sulle frequenze basse, accogliendo l’imprevisto secondo un modello ispirato al free jazz: dove ogni opera mantiene la propria autonomia ma trova, nel silenzio di una calle veneziana, un accordo momentaneo e purissimo.








