“Un tubino nero di Givenchy, un tailleur con le spalline, una minigonna: tre immagini, tre epoche, tre modi diversi di Immagina de la femminilità. Il cinema le ha rese iconiche, la moda le ha trasformate in simbolo del loro tempo”. La storia della moda non è mai stata soltanto una storia dell’evoluzione dell’abito, è anche la storia del modo in cui una società immagina la donna; ogni epoca ha sempre costruito consapevolmente un proprio ideale di femminilità, il cinema, lo ha reso visibile attraverso i personaggi, mentre la moda gli ha dato forma, tradotta poi in silhouette, colori, tessuti e dettagli da indossare. Osservare l’evoluzione della figura femminile attraverso questi due linguaggi significa leggere, in controluce, anche i cambiamenti di una società.

L’eleganza del dopoguerra

Il bisogno di ricostruire è uno dei motori principali che hanno alimentato gli anni del secondo dopoguerra e qui, la femminilità assume un ruolo rassicurante: grandi icone del cinema come Audrey Hepburn e Grace Kelly incarnano un’eleganza composta, sofisticata e mai aggressiva. I loro personaggi sono un mix di femminilità senza tempo, modi aggraziati e misura, la moda segue la stessa direzione. Con il New Look, Christian Dior ridefinisce i canoni della silhouette femminile riportandola ad un’immagine elegante e armoniosa: vitino vespa e gonne ampie. Segue l’iconica collaborazione tra Givenchy e Audrey Hepburn, che va a trasformare l’attrice nell’emblema di una nuova eleganza internazionale e questo è riflesso di come la ricerca di stabilità sia tema molto centrale per la società in quel momento storico.

Cinema e moda raccontano una femminilità che cambia

Gli anni Sessanta e Settanta rompono tutti gli equilibri: femminismo, movimenti studenteschi e cultura hippie, i ruoli fini ad allora ritenuti immutabili vengono messi drasticamente in discussione; anche il cinema cambia, le protagoniste diventano più autonome, più complesse e la moda accompagna questa trasformazione.

Jane Birkin Life&People MagazineLo smoking femminile di Yves Saint Laurent diventa uno dei simboli dell’emancipazione. Figure iconiche come Jane Birkin prendono distanza dall’eleganza convenzionale e trasformano jeans, camicie bianche e cesti di vimini in estetica personale e spontanea: per la prima volta, non esiste più un solo modo di essere donna, ma convivono femminilità diverse.

Gli anni ottanta e il linguaggio del power dressing

Il crescente benessere economico e i cambiamenti in atto nei primi anni Ottanta porta sempre più donne nei ruoli dirigenziali, nella finanza, nelle grandi aziende e nella politica, ed è lì che nasce il power dressing: le spalle si allargano, le linee diventano più rigorose, il guardaroba assume elementi tradizionalmente associati al potere maschile. Teniamo a ricordare quegli anni come periodo in cui la moda era l’eccesso ma, di fatto, quei codici raccontavano un cambiamento molto preciso.

Tailleur Armani Life&People MagazineIn Working Girl questa trasformazione viene ben raccontata dalla protagonista, che conquista il proprio spazio nel mondo del lavoro anche attraverso il modo di vestirsi. Negli stessi anni, Giorgio Armani ridefinisce il tailleur femminile, e lo trasforma nel simbolo di nuova autorevolezza. Sono gli anni in cui vestirsi non è soltanto questione di stile, ma linguaggio in un mondo ancora costruito secondo regole maschili.

Supermodelle e donne in carriera

Il modello femminile cambia ancora tra anni Novanta e primi Duemila: da una parte ci sono le supermodel come Kate Moss, con il suo stile minimalista che segna la moda dell’epoca, dall’altra personaggi come Carrie di Sex and the City, che vive letteralmente la moda come estensione della propria personalità. Sono gli anni de The Devil Wears Prada, che mette brutalmente in scena il rapporto complesso tra carriera, ambizione e immagine. Andie sembra poter scegliere, ma quella libertà è carica di pressione: quella di essere bella, una buona compagna, realizzata professionalmente, una madre e una sportiva; nasce un ideale di perfezione che, invece di liberare, rischia di trasformarsi in forma più sottile di aspettativa.

Verso la ricerca dell’identità

In questi ultimi anni, qualcosa è cambiato e sembra cambiare ancora. Cinema e moda sembrano raccontare un progressivo allontanamento dall’idea che esista un unico modo corretto di essere donna, non emergono modelli femminili dominanti ma tutti sembrano ricevere equa centralità nella narrazione. Film come Barbie mettono in discussione gli stereotipi femminili, la moda sembra valorizzare sempre di più autenticità e pluralità di linguaggi; più che aderire ad un ideale, il modello sembra andare in direzione dell’individualità e forse questa è la trasformazione più significativa. Per la prima volta non sembra essere la donna ad adattarsi a un modello estetico dominante, ma è la moda che prova ad adattarsi alla molteplici identità femminili.

Donna cinema moda Kate Moss Life&People MagazineE qui cinema e moda tornano ad incontrarsi: entrambi continuano a raccontare la donna del loro tempo, ma con una differenza sostanziale rispetto al passato. Se per decenni hanno cercato di rappresentare un ideale di femminilità, oggi raccontano qualcosa di più complesso, la possibilità che ogni donna possa attraversare forme diverse di femminilità capace di assumere forme diverse senza perdere autenticità.

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