Le nuove indagini che coinvolgono diversi grandi marchi della moda riportano al centro del dibattito un tema che il settore conosce bene, l’ennesimo segnale di un problema strutturale che attraversa l’intera industria: la difficoltà di controllare una filiera ampia, frammentata e spesso poco trasparente. Un problema che negli ultimi anni è emerso con maggiore frequenza, mostrando quanto il sistema moda italiano sia esposto a vulnerabilità spesso nascoste. La forza del Made in Italy si basa su migliaia di laboratori, piccole imprese e artigiani.

Dolce Gabbana Viale Piave Milano sfilata moda donna ai 2025 2026 Victoria De Angelis - Life&People MagazineÈ un patrimonio prezioso, ma difficile da controllare in ogni passaggio. Proprio nei nodi più piccoli della filiera, dove si concentrano subappalti e lavorazioni a basso margine, gli investigatori hanno trovato negli anni situazioni di sfruttamento, orari e salari irregolari, e condizioni di lavoro inadeguate. A rendere il quadro più delicato contribuiscono tempi di consegna stretti ed una forte pressione sui costi, fattori che possono spingere alcuni fornitori verso pratiche borderline o apertamente illegali.

Oggi, i marchi del lusso non rispondono più solo

della qualità dei loro prodotti,  ma anche di ciò che accade lungo tutta la supply chain. Un controllo carente su un subfornitore può trasformarsi rapidamente in un danno reputazionale e in un problema di fiducia per i clienti. Per questo motivo la gestione della filiera deve essere verificata, tracciata e monitorata in modo continuativo. Proprio su questo punto abbiamo interpellato Azzurra Gullotta, Sales Manager per Italia e Spagna di Achilles, che da anni lavora sulla qualificazione dei fornitori per grandi aziende:

I casi del caporalato nella moda italiana mettono in luce quanto già sappiamo:  quanto sia cruciale avere una filiera realmente controllata, non solo nelle fasi produttive dirette, ma lungo tutti i passaggi di appalto e subappalto. La responsabilità dei brand non può limitarsi a selezionare fornitori affidabili sulla carta: serve un approccio sistemico che combini tracciabilità, audit indipendenti e formazione continua dei partner. Solo una governance della filiera basata su trasparenza, standard etici condivisi e monitoraggio costante può trasformare il Made in Italy in un modello pienamente sostenibile, dove il lusso non sia sinonimo di sfruttamento ma soprattutto sia in grado di rispondere in modo coerente alle aspettative dei clienti.”

Una filiera poco trasparente mette a repentaglio anni di costruzione dell’immagine e della fiducia

“Fino a che punto si può ignorare la responsabilità sulla propria filiera produttiva”?

le parole di Marco Sartori, esperto di compliance e Ceo di Kyp

“Lo scandalo mette in evidenza come la gestione della supply chain sia oggi una delle principali vulnerabilità per qualsiasi brand. Trasparenza e controllo non sono opzioni, ma obblighi indispensabili per tutelare reputazione, valore aziendale e continuità operativa. La compliance rappresenta il fondamento di un’impresa solida, etica e responsabile: significa conoscere davvero ogni anello della filiera, verificare fornitori e subfornitori, prevenire comportamenti illeciti e dimostrare alle Autorità la propria diligenza. Non è mai stato così urgente presidiare ogni parte della catena del valore, perché oggi la mancanza di controllo non è solo un rischio: è una forma di corresponsabilità. Esistono gli strumenti per farlo, anche sfruttando l’IA e la tecnologia blockchain”.

Negli ultimi mesi sono stati introdotti due strumenti

pensati per rafforzare la legalità nel settore: il DDL Urso sulle PMI che prevede una certificazione rilasciata da revisori legali, che valutano il rispetto di parametri e requisiti normativi lungo la filiera; e il Protocollo di legalità per la filiera moda che si basa su un sistema di accreditamento volontario secondo il quale le imprese caricano documenti e autocertificazioni, che vengono poi analizzati da un tavolo di monitoraggio presso la Prefettura. In entrambi i casi l’obiettivo è lo stesso: ridurre le zone d’ombra e creare un modello più trasparente, competitivo e affidabile.

carlo capasa presidente camera moda milano - Life&People Magazine

Carlo Capasa – Presidente Camera Moda Milano

Grazia Malinconico Avvocato di Complegal ci spiega:

“Le ultime iniziative legali, dal Protocollo per la filiera della moda al DDL Urso, mostrano un netto cambio di rotta nel modo in cui le imprese sono oggi chiamate a controllare la propria catena del valore. Non basta più ‘sapere’ come lavorano fornitori e subfornitori: occorre poterlo provare, con strumenti verificabili e criteri oggettivi. La certificazione del DDL Urso introduce un controllo qualificato, affidando a revisori legali la verifica dei requisiti e spingendo le PMI a strutturare procedure, gestire rischi e documentare con rigore ogni fase. Il Protocollo moda, parallelamente, punta sulla trasparenza volontaria: le imprese si accreditano, caricano documenti e si sottopongono a verifiche coordinate dalla Prefettura, trasformando la compliance in un impegno concreto e verificabile. Queste iniziative rendono evidente che solo le imprese che investiranno nell’implementazione di modelli di gestione strutturati ed efficaci potranno dimostrare di operare nella legalità e, dunque, di parlare lo stesso linguaggio delle Autorità”.

 

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