Nella luce sospesa di Venezia, la Peggy Guggenheim Collection apre per la prima volta le sue sale a un capitolo meno conosciuto ma straordinariamente vitale dell’opera di Lucio Fontana: quello dedicato alle ceramiche. La mostra, che riunisce più di sessanta lavori provenienti da collezioni pubbliche e private, restituisce al pubblico un artista che, ancor prima dei celeberrimi “tagli”, aveva già intuito come la materia potesse diventare estensione del pensiero. Tra forme, smalti, colori e crepe lucenti, “Ceramiche Lucio Fontana” diventa il racconto di una ricerca che unisce istinto e disciplina, libertà e rigore, nel tentativo di superare i limiti dello spazio tradizionale.

Oltre il gesto: Fontana e la nascita di un linguaggio
Il percorso espositivo accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso le fasi più fertili della produzione di Fontana, a partire dagli anni Trenta fino ai primi Cinquanta, quando il contatto con la ceramica di Albissola Marina segna una svolta decisiva. In quella località ligure, laboratorio e luogo d’incontro di artisti come Lam, Jorn e Sassu, Fontana trova il terreno ideale per liberare la propria energia plastica. Le sue mani modellano la terra come fossero scalpelli che incidono l’aria: le superfici si deformano, si aprono, esplodono in vortici, la ceramica diventa materia viva, attraversata da una forza cosmica che preannuncia la stagione dei “Concetti Spaziali”.
Venezia e il dialogo con la materia
Collocare queste opere alla Guggenheim Collection non è solo atto curatoriale, ma un incontro simbolico. I toni cangianti delle ceramiche si fondono con la luce lagunare, e l’allestimento, sobrio ma immersivo, esalta il contrasto fra la delicatezza dei materiali e la potenza del gesto. Le stanze del museo diventano così un teatro dove la terra si fa energia: le superfici trafitte e modellate restituiscono la dimensione fisica dell’infinito, concetto cardine della poetica fontaniana. In mostra compaiono opere che raramente avevano lasciato gli archivi privati — Crocifissioni, Battaglie, Figure astratte— ed un nucleo di vasi e piatti che testimoniano la sua capacità di tradurre il quotidiano in oggetto sacro. Fontana non cerca la perfezione: accetta l’imprevisto del fuoco e della materia, trasforma l’errore in bellezza, e proprio in questo trova la sua modernità.

Il laboratorio di Albissola: un Rinascimento mediterraneo
Negli anni Cinquanta, Albissola diventa per Fontana seconda patria creativa. Le fornaci, gli artigiani, la fisicità del lavoro lo mettono in contatto con una dimensione primitiva dell’arte. È qui che sperimenta la ceramica non più come supporto ma come medium. Le superfici bianche si aprono a esplosioni di smalti metallici, i colori si fanno incandescenti: rossi vulcanici, blu cobalto, verdi ossidati; ogni opera è il risultato di una battaglia con la materia e la sua riconciliazione. Albissola, con la sua luce mediterranea e la sua tradizione artigiana offre la libertà che Milano non poteva dargli: una libertà fatta di sabbia, vento e improvvisazione. In quella spontaneità Fontana trova il principio che guiderà tutta la sua carriera, il superamento della forma, la tensione verso l’infinito.
La ceramica come ponte tra arte e vita
Ciò che emerge con forza nella mostra veneziana è la totale assenza di gerarchia tra le arti. Fontana non distingue tra scultura, pittura o design; per lui ogni gesto creativo nasce da un impulso vitale che attraversa le mani e la mente. La ceramica con la sua natura fragile ma resistente, diventa il simbolo stesso di questo paradosso; è al tempo stesso artigianato e concetto, corpo e pensiero. L’allestimento sottolinea questa continuità: i pezzi dialogano con i disegni preparatori e con una selezione di documenti d’archivio che raccontano il processo creativo. Si scopre così un artista instancabile, capace di virare da un crocifisso barocco a un vaso futurista senza mai perdere coerenza; ogni opera è un frammento del suo universo mentale, un’anticipazione delle lacerazioni che segneranno i “tagli” degli anni Sessanta.

Un dialogo con il presente
La mostra alla Guggenheim di Venezia non è solo una retrospettiva, ma riflessione sull’eredità contemporanea. Le sue ceramiche, così fisiche e imperfette, appaiono oggi come una risposta alla serialità e alla freddezza del mondo digitale. Nel loro imperfetto equilibrio tra controllo e caos, rivelano una spiritualità che parla ancora al nostro tempo: quella di un’arte che non teme la fragilità, che accetta la crepa come parte della bellezza. Molti artisti di oggi – da Anselm Kiefer a Sterling Ruby – continuano a dialogare con il suo linguaggio, riconoscendo nella materia un’estensione dell’anima. Fontana, in fondo, non ha mai smesso di indicare una direzione: quella di un’arte capace di andare oltre la superficie, di aprire varchi tra la materia e l’immateriale.
Un’eredità che continua
Le ceramiche si offrono come testamento e rinascita; ogni crepa, ogni lucentezza è un segno di vita; ogni irregolarità, una dichiarazione di libertà. Fontana invita ancora una volta a guardare oltre, a concepire la materia non come limite ma come possibilità. Nel dialogo tra l’artista e il museo, tra la terra e la luce lagunare, si compie una delle più poetiche restituzioni della storia dell’arte italiana recente; le ceramiche di Lucio Fontana tornano a parlare con la stessa forza originaria con cui furono create: pura energia solidificata, intuizione che diventa spazio.








