Fotografa, osservatrice e interprete dell’animo umano, Denisa Babics ha fatto della luce una forma di linguaggio e del volto un racconto di dignità. La sua fotografia nasce dall’ascolto e si manifesta nella naturalezza dei gesti, nell’armonia delle proporzioni, nella capacità di rendere visibile ciò che di solito resta intimo. In questa intervista esclusiva, Denisa racconta la sua visione, il suo metodo olistico e il valore di un’arte che restituisce alle persone la loro bellezza più autentica.

Denisa: cosa ti ha avvicinata alla fotografia e, in particolare, al ritratto?
Il punto di partenza è il concetto di dignità umana. Ho sempre trovato irresistibili le storie delle persone comuni, quelle vite ordinarie che contengono una verità profonda, una luce che spesso non viene riconosciuta. Con il ritratto fotografico desidero rendere loro omaggio: le celebro, le rendo eterne, restituisco grazia e nobiltà a ciò che a prima vista potrebbe sembrare quotidiano o semplice. Nelle mie immagini cerco di scoprire lo straordinario dentro l’ordinario, l’essenza nella normalità.

Nei tuoi lavori si percepisce una forte attenzione alla personalità dei soggetti. Come riesci a catturare l’essenza di una persona in un ritratto moderno?
La tecnica che utilizzo è un connubio tra la mia esperienza personale, la mia visione del mondo e la capacità di cogliere il bello e il buono negli altri. Prima di ogni scatto, c’è un momento di ascolto e preparazione: non parliamo solo di outfit o dettagli estetici, ma soprattutto di allineamento ai propri valori, di armonia interiore. Invito sempre le persone a prendersi cura di sé nei giorni che precedono la sessione — alimentazione equilibrata, idratazione, riposo e movimento — perché tutto questo eleva il loro stato vitale. La scienza mi sostiene in questo approccio olistico: solo così posso catturare la luce che portano dentro.

Il tuo stile fonde eleganza, intimità e forza. Come definisci la tua estetica e cosa ti ispira maggiormente?
Grazie, sono davvero felice che questi tre elementi emergano dal mio lavoro, perché rappresentano esattamente ciò che cerco. Mi muovo costantemente tra interiore ed esteriore, tra contenuto e contenitore. Il bello, per me, è un’emozione, qualcosa che commuove e trasforma. Da bambina, una mia insegnante mi parlò del concetto greco di Kalokagathia — l’unità tra il bello e il buono — e quella parola, difficile da pronunciare ma meravigliosa nel significato, mi è rimasta dentro. Credo che da allora quella visione di armonia mi accompagni in ogni immagine che realizzo.

Durante uno shooting, quanto conta la relazione umana con chi hai davanti?
La relazione umana è tutto, nella fotografia come nella vita. Paradossalmente, credo che l’intelligenza artificiale ci stia spingendo a riscoprire proprio il valore dell’artigianalità e dell’incontro reale. Io preparo le persone su più livelli, anche psicofisici, e questo sorprende sempre chi non se lo aspetta. Mi capita di lavorare con CEO, politici, imprenditori: tutti restano colpiti da questa attenzione. Capiscono che non si tratta solo di ottenere un’immagine perfetta, ma di creare un’esperienza autentica, fatta di cura, ascolto e presenza reciproca.
Parli spesso di “ritratto moderno”. Cosa significa e in cosa si distingue dal ritratto tradizionale?
Viviamo in un’epoca veloce, digitale, artificiale. Il mio desiderio è restituire al ritratto quella forza vitale e vibrante che lo rende umano, tangibile, reale. Un tempo era un privilegio riservato ai nobili, oggi appartiene a chiunque desideri raccontarsi. Il ritratto moderno Denisa Babics nasce proprio da questa idea: celebrare la persona come opera d’arte, non come soggetto da idealizzare ma come presenza autentica. Ogni individuo, nella sua essenza, è già degno di essere ritratto.

Nelle tue fotografie ricorrono spesso il bianco e nero, la luce naturale, la composizione pulita. Quanto conta la tecnica rispetto all’emozione?
La tecnica è fondamentale, ma da sola non basta; ciò che rende un lavoro memorabile è la parte emotiva, quella che non si insegna ma si sente. È nel punto di vista di chi scatta, nella capacità di trasmettere la propria verità, che si genera la magia; ogni fotografia deve possedere un’anima, e quell’anima nasce solo quando la tecnica incontra la sensibilità.

Oggi la fotografia vive anche attraverso i social e la comunicazione visiva dei brand personali. In che modo questa evoluzione ha influenzato il tuo modo di lavorare?
I social sono una vetrina naturale per la fotografia. Attraverso le immagini raccontiamo valori, visione e missione, e in questo modo creiamo connessione, riconoscibilità, affezione. Personalmente credo che questa trasformazione, se affrontata con professionalità e coerenza artigianale, non faccia che ampliare le opportunità; la fotografia diventa così non solo un mezzo espressivo, ma anche un ponte tra autenticità e comunicazione.

Guardando al futuro, su cosa vorresti concentrarti: nuovi linguaggi, mostre, collaborazioni o esperienze creative?
Anche se la mia è una professione creativa, mi occupo molto della parte imprenditoriale: uno studio significa persone, fornitori, collaboratori, e sento la responsabilità di garantire continuità a tutti; sto arrivando ad un punto in cui desidero concedermi più spazio per la mia dimensione artistica; vorrei realizzare opere che uniscano linguaggi diversi, progetti in cui fotografia, materia e pensiero si fondano. Questa idea cresce dentro di me da tempo, e so che presto sarà il momento di darle forma.








