Mentre davanti alle grandi mostre d’autunno le file si allungano sotto gli ombrelli e le sale si riempiono di visitatori che si contendono pochi centimetri davanti a un singolo quadro, in molte città italiane esistono porte che si aprono con molta più discrezione, su stanze rimaste esattamente come le avevano lasciate i loro proprietari. Sono le case museo italiane, dimore di collezionisti, artisti e famiglie illuminate in cui i dipinti convivono ancora con i divani, i libri e le tazze da tè, e che in questa stagione, con la luce che cala presto e invita a cercare riparo negli interni, offrono il modo più raffinato di trascorrere un fine settimana all’insegna dell’arte.

L’arte che abita ancora le stanze delle case museo

Il fascino di questi luoghi sta tutto nel contesto: un ritratto rinascimentale appeso sopra un camino, magari accanto a una poltrona consumata che racconta quel qualcosa in più che una parete bianca di una galleria non riesce a restituire. Racconta quel modo in cui qualcuno, un tempo, lo guardava ogni sera, circondato da librerie in legno scuro, carte da parati sbiadite, servizi da tè lasciati sulla credenza.

villa boschi di stefano milano

Del resto, è proprio tra le mura di una casa che nasce il primo museo in Italia. Prima di diventare un’istituzione pubblica, la raccolta d’arte era un fatto privato, custodito negli studioli rinascimentali come quello di Francesco I de’ Medici in Palazzo Vecchio dove principi ed eruditi accumulavano dipinti, conchiglie e strumenti scientifici. Solo lentamente quelle collezioni si aprirono allo sguardo dei cittadini. Nel 1471 papa Sisto IV dona al popolo romano i bronzi da cui sarebbero nati i Musei Capitolini e nel 1737 Anna Maria Luisa de’ Medici lascia alla città di Firenze i tesori di famiglia vietandone per sempre l’uscita dalla città. Le case museo, in fondo, compiono il percorso inverso, riportando l’arte nel luogo da cui era partita.

case museo italiane

Milano: una città raccontata dai salotti

Nessuna città italiana è riuscita a valorizzare questo patrimonio come Milano, dove dal 2008 un circuito riunisce quattro dimore molto diverse fra loro. Al Poldi Pezzoli, nato dalla passione del collezionista ottocentesco Gian Giacomo Poldi Pezzoli, i capolavori del Rinascimento convivono con armature e orologi, mentre a pochi passi, nel cuore del Quadrilatero, i fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi trasformarono la dimora di famiglia in un sogno neorinascimentale curato fin nei dettagli. Il Novecento abita invece l’appartamento dei coniugi Boschi Di Stefano, donato al Comune nel 1974 e aperto al pubblico soltanto nel 2003, e soprattutto Villa Necchi Campiglio, la residenza disegnata da Piero Portaluppi e completata nel 1935, con il suo giardino e la piscina nascosti nel centro della città, oggi affidata al FAI e ben nota agli amanti del cinema d’autore.

villa necchi campiglio museo

Le nuove aperture, Roma e la casa di Mario Praz

Il racconto milanese, peraltro, è destinato ad allungarsi con Casa Crespi e la collezione legata al Premio Bagutta, e con Casa Livio e la collezione Grandi. Queste opere sono state donate al FAI e dal 2026 entreranno a far parte dello stesso circuito. A Roma, dietro Piazza Navona, al terzo piano di Palazzo Primoli, si trova forse la casa museo più letteraria di tutta Italia. Qui visse dal 1969 fino alla morte Mario Praz, celebre anglista, critico e collezionista instancabile che in oltre sessant’anni di vita raccolse più di milleduecento pezzi tra dipinti, sculture e arredi. La collezione, quasi tutta compresa tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, è disposta lungo stanze in stile Impero – quasi fosse in attesa del ritorno del padrone di casa.

mario praz casa museo

© GBOPERA

Il piacere di una visita lenta

Le case museo richiedono un ritmo di visita diverso da quello delle esposizioni. I gruppi sono piccoli, spesso è necessario prenotare e il percorso stesso invita a fermarsi davanti a un dettaglio, una maniglia d’ottone, una tappezzeria, una fotografia incorniciata accanto al letto più che a inseguire il capolavoro. È un’esperienza che si sposa alla perfezione con l’atmosfera un po’ malinconica di fine ottobre, quando il buio arriva presto e il desiderio di interni caldi si fa più forte. Uscendo, la sensazione è spesso quella di aver fatto visita a qualcuno, più che a un museo, e di averne portato via un frammento di intimità che nessuna mostra affollata saprebbe offrire.

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