Le luci si accendono oggi all’Auditorium Parco della Musica, dove la ventunesima Festa del Cinema di Roma apre la prima serata e l’ultimo capitolo di una lunga stagione di festival europei. Una stagione che comincia nel freddo di Febbraio a Berlino e passa per la Croisette a Cannes e per il Lido di Venezia; ripercorsi in fila, i verdetti dell’anno compongono un ritratto nitido delle tendenze cinema 2026 e delineano uno sguardo che affronta il potere senza paura, che interroga la storia per leggere il presente e che affida ancora una volta ai grandi autori il compito di dare forma al proprio tempo.
Le tendenze del Cinema: l’Orso d’Oro
A Berlino l’Orso d’Oro va a Yellow Letters di İlker Çatak, il racconto di due artisti che lo Stato turco perseguita per il loro teatro di protesta. Il film è girato interamente in Germania, con città tedesche chiamate a fare da controfigura a quelle turche. Wim Wenders, alla guida della giuria, vi legge il presagio di un dispotismo che potrebbe affacciarsi ovunque. Una stessa inquietudine attraversa Minotaur di Andrej Zvjagincev, Grand Prix della giuria a Cannes: durante il discorso il regista aveva chiesto a Putin di fermare la guerra. Anche a Venezia il Leone d’Argento per la regia a DAU di Ilya Khrzhanovsky arriva al termine di settimane di contestazioni ucraine e si chiude con una dedica a chi combatte al fronte.

Venezia premia il concetto di memoria come ferita
Il Lido sceglie invece di guardare indietro e richiamare costantemente il passato per leggere un presente incerto, spesso opaco. Il Leone d’Oro a Woman Unknown di May el-Toukhy restituisce infatti la Danimarca del 1945, con donne rasate e umiliate in piazza per aver amato un soldato nemico. L’obiettivo della pellicola sembra essere quindi quello trasformare il corpo femminile in campo di battaglia. È un premio che pesa due volte, perché la regista danese era una delle sole due donne in un concorso di ventuno film, proprio nell’anno in cui il cinema torna sulla violenza di genere con un’insistenza nuova. La stessa urgenza attraversa Roma, dove il 23 ottobre è attesa l’anteprima di un film dedicato alla vicenda di Giulia Cecchettin.

I maestri e l’orizzonte d’Oriente: l’edizione di Cannes
Cannes affida la Palma d’Oro a Fjord di Cristian Mungiu, con Sebastian Stan e Renate Reinsve nei panni di una coppia romeno-norvegese religiosa che, trasferitasi in un villaggio sul fiordo, finisce sotto indagine quando la figlia arriva a scuola con dei lividi, fino a vedersi portare via dai servizi sociali tutti e cinque i figli. Il regista lo racconta come lo scontro tra due dogmatismi, quello di una famiglia evangelica e quello di uno Stato laico e progressista. Diciannove anni dopo la Palma per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Mungiu raggiunge così la cerchia ristretta dei registi premiati due volte, accanto a Coppola, Haneke, Ken Loach e ai fratelli Dardenne.
Il resto del palmarès è ricco di premi assegnati in ex aequo, dalla regia, divisa tra La bola negra e Fatherland, segno di un concorso in cui nessun titolo è riuscito a imporsi davvero sugli altri. Intanto il baricentro del cinema d’autore si sposta verso l’Asia: a presiedere la giuria della Croisette è il sudcoreano Park Chan-wook, il premio per la miglior attrice va a Virginie Efira e Tao Okamoto per All of a Sudden del giapponese Ryūsuke Hamaguchi; a Venezia il Gran Premio della Giuria incorona Possible Love del coreano Lee Chang-dong.
Festa del Cinema di Roma: una città davanti allo specchio
La Festa si apre stasera con Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese e allarga il proprio orizzonte a 150 film da 55 Paesi, con diciotto titoli in concorso e tre firme italiane: Brianza di Simone Catania, Giorni felici di Susanna Nicchiarelli e Mustang di Kasia Smutniak. L’immagine ufficiale del Festival celebra Monica Vitti a novantacinque anni dalla nascita, in uno scatto di Sergio Strizzi sul set dell’Eclisse, circondata dalle geometrie severe del quartiere EUR; la sezione Storia del Cinema accosta Antonioni a Fight Club e Trainspotting, mentre I Play Rocky risale alle origini di Sylvester Stallone, quando Rocky Balboa era ancora soltanto un’idea.

Messo in controluce, il 2026 consegna l’immagine di un cinema inquieto, che preferisce le domande scomode alle certezze e cerca nel passato le parole per nominare il presente. Le giurie hanno premiato film difficili, spesso ambientati altrove o in un altro tempo, eppure sempre rivolti a chi li guarda oggi. Roma, con le sue proiezioni disseminate tra Auditorium, MAXXI e sale di quartiere, aggiunge l’ultimo tassello e ricorda che, perché quelle domande continuino a vivere, serve ancora una platea al buio.








