Esiste una narrazione pigra che associa la Svizzera unicamente al silenzio solenne delle vette alpine o alla precisione geometrica dei suoi distretti finanziari. Questa visione parziale si sgretola non appena l’estate si appropria dei grandi centri urbani, trasformando lo spazio pubblico in un laboratorio di sperimentazione culturale. L’esempio più luminoso di questa rinascita estiva si consuma sulle sponde del Ceresio, dove l’asfalto, i giardini storici e le piazze d’acqua rinunciano alla loro staticità per farsi teatro di un’invasione creativa senza pari.
L’appuntamento con la sedicesima edizione del LongLake Festival Lugano Summer City Festival, in calendario dal 9 al 26 luglio, si impone come destinazione ideale per chiunque cerchi un’esperienza turistica alternativa, capace di coniugare il rigore organizzativo svizzero con il calore della performance open air. La storia del Festival Lugano Summer Fest racconta l’evoluzione di un’intuizione politica e artistica monumentale: la transizione della città da meta di passaggio a ecosistema culturale inclusivo e partecipativo.
La sedimentazione del tempo: l’evoluzione da rassegna a mosaico urbano
La solidità dell’offerta attuale risiede in una stratificazione storica che ha ridefinito l’identità estiva della città. Le origini di questa manifestazione prendono ufficialmente il via nel 2011, quando la Divisione eventi e congressi intuisce la necessità di unificare le diverse anime dell’intrattenimento cittadino sotto un unico, grande cappello multidisciplinare. Se le prime edizioni si configuravano come una costellazione di appuntamenti distribuiti nell’arco di un mese, il festival ha saputo nel tempo concentrare la propria energia, arrivando alla formula attuale di diciotto giorni ad altissima densità artistica.
Questo percorso di crescita ha vissuto un momento di svolta fondamentale attraverso l’assorbimento e la tutela di manifestazioni storiche del territorio che rischiavano di scomparire: è il caso di Estival Jazz, il prestigioso “gioiello di famiglia” fondato nel 1979 da Jacky Marti e Andreas Wyden, integrato nel palinsesto di LongLake per garantirne la continuità. Oggi, giunto alla sua sedicesima edizione, il festival ha completato la sua metamorfosi, evolvendo da semplice contenitore di concerti a un ecosistema culturale organico, capace di far coesistere le radici storiche del jazz e del blues d’avanguardia con l’irriverenza della street art e la profondità dei talk letterari.
Dal jazz di frontiera alla cumbia: l’architettura sonora di Piazza della Riforma
Il fulcro identitario della manifestazione si articola attraverso una struttura multidisciplinare che intreccia rassegne storiche e nuove derive sonore. Ad aprire le danze, dal 9 al 11 luglio, è la sezione Estival Jazz, un pilastro della programmazione luganese che attira appassionati da tutta Europa. Il debutto del festival ospita il pianista brasiliano Amaro Freitas e l’Hamilton de Holanda Trio in una prestigiosa sinergia con l’Orchestra della Svizzera italiana, a dimostrazione di come la musica colta e l’improvvisazione etnica possano abitare lo stesso spartito.
La varietà dei linguaggi prosegue nei giorni successivi con l’arrivo della canzone d’autore italiana di Antonello Venditti e il sound contemporaneo di Ernia, anticipato dalle contaminazioni hip-hop e jazz-funk degli statunitensi Oddisee & Good Company. L’accesso gratuito a molti di questi eventi scardina l’idea di una cultura elitaria, trasformando Piazza della Riforma in un salotto democratico dove il pubblico dialoga direttamente con le grandi icone internazionali.
L’energia diffusa delle piazze
Spostandosi verso la penombra suggestiva del Parco Ciani, la sezione ROAM definisce una dimensione d’ascolto protetta, un vero e proprio outdoor club incastonato tra gli alberi del Boschetto. Dal 14 al 18 luglio, questo spazio ospita la nuova generazione del pop globale, dalle sonorità brasiliane di Mari Froes e Leo Middea all’intimità del concerto in “Piano solo” di Motta. La programmazione si spinge fino ai ritmi travolgenti della cumbia argentina con l’orchestra La Delio Valdez e all’energia del roots reggae contemporaneo rappresentato da Tarrus Riley.
Parallelamente, tra il 17 e il 19 luglio, il centro cittadino viene attraversato dalle correnti sotterranee di Blues to Bop. Questa sezione si sviluppa come un percorso ramificato lungo le vie del centro, offrendo una line-up internazionale totalmente gratuita che spazia dall’inglese Alice Armstrong al blues viscerale dell’americano Guy King, fino alle sperimentazioni dei Savana Funk. La città smette di essere un semplice contenitore e diventa co-autrice della performance, in cui ogni vicolo riverbera di una vibrazione differente.
Parole, installazioni e l’invasione dei Buskers
La proposta di LongLake scavalca i confini della pura esibizione musicale per abbracciare la complessità del pensiero contemporaneo e dell’arte visiva. La rassegna Words mette al centro il valore dell’ascolto attraverso talk e letture sceniche che ospitano scrittori e intellettuali, tra cui Begoña Feijòo Fariña, Premio svizzero di letteratura 2026. Sul fronte visivo, l’architettura del Parco Ciani viene temporaneamente riscritta dall’installazione di Elia Varini: un quadrato di settanta metri di rete rossa sorretto da pali in abete che si propone come uno spazio contemplativo silenzioso, un invito a rallentare e a isolarsi dal flusso frenetico del festival. 
A chiudere l’evento, dal 22 al 26 luglio, è il celebre Lugano Buskers, che raduna oltre trenta formazioni tra acrobati, teatranti di strada come l’anticonformista Leo Bassi e musicisti indipendenti quali Camilla Sparksss e i Sonido Gallo Negro. È il trionfo del teatro urbano spontaneo, rito collettivo che riconsegna lo spazio della città alla meraviglia e all’interazione sociale. Abitare la Svizzera durante le settimane del LongLake significa immergersi in un modello turistico evoluto, dove l’efficienza dei trasporti e la bellezza naturale del lago diventano il palcoscenico per una delle rassegne estive più intelligenti e accessibili d’Europa.








