Quale vertigine coglie l’osservatore quando scopre che il battito elettrico di un fungo e l’architettura di una rete neurale condividono la medesima, silenziosa sapienza? Prima di addentrarci nei labirinti della mostra “Other Intelligences”, è necessario volgere lo sguardo verso il luogo che ne permette l’epifania: il MEET Digital Culture Center. Fondato a Milano nel 2020 da Maria Grazia Mattei con il sostegno di Fondazione Cariplo, il MEET non è una semplice galleria, ma il primo Centro Internazionale per l’Arte e la Cultura Digitale in Italia. È un organismo architettonico e intellettuale dove la tecnologia smette di essere strumento per farsi linguaggio, un laboratorio permanente che, attraverso i suoi 1500 metri quadrati e la spettacolare Sala Immersiva, ridefinisce i confini della percezione contemporanea.
In questo tempio dell’innovazione, il visitatore trova un contrappunto di calore e convivialità nel Mint Garden Café. Situato all’interno del centro, questo bistrot dall’anima “green” non è un semplice spazio di ristoro, ma un’estensione filosofica dell’esperienza MEET: un giardino urbano dove il design dialoga con la botanica, offrendo una pausa sensoriale che riconnette l’umano alla terra prima di proiettarlo nei mondi virtuali delle esposizioni.
Oltre l’antropocentrismo: l’eclissi del soggetto
La mostra “Other Intelligences”, prorogata sino al 1° febbraio, prodotta da HEK (House of Electronic Arts Basel) e curata con lungimiranza da Sabine Himmelsbach e Marlene Wenger, è un evento cruciale nel panorama della media art. In un’epoca in cui l’AI generativa sembra aver monopolizzato il concetto di “intelligenza” riducendolo a mera computazione, l’esposizione al MEET opera un ribaltamento prospettico necessario: ci invita a riconoscere forme di cognizione non-umane e non-algoritmiche che il vivente pratica da millenni.
Attraverso le opere di artisti internazionali, la tecnologia – storicamente percepita come l’antagonista della natura – si trasforma nel medium che colma la distanza tra le specie. Sensori biometrici, realtà virtuale e algoritmi di machine learning diventano “protesi percettive” per ascoltare il monologo chimico delle radici o la danza sociale degli insetti.
Le opere: interfacce tra mondi incompatibili
Il percorso espositivo è un’indagine conoscitiva che materializza l’intelligenza distribuita. In “Experiments III” di Susanne Hartmann, ad esempio, i segnali bioelettrici del micelio vengono convertiti in impulsi luminosi, rivelando il wood wide web, il modello organico di internet che connette le foreste. È un’interazione poetica che ci ricorda come la rete non sia un’invenzione umana, ma un’eredità biologica. Altrettanto potente è l’installazione di Dotdotdot, “Data Bugs — AI is a mirror”, dove il visitatore genera insetti immaginari: un’opera che denuncia come la qualità del dato determini la nostra comprensione della biodiversità.
Il viaggio prosegue con le visioni post-umane di Joey Holder, che in “Ambiogenesis” dà voce a creature acquatiche dai cicli vitali reversibili, e nelle realtà virtuali di Isabell Bullerschen, dove il visitatore stabilisce una parentela (making kin) con “ipseria”, una forma di vita fluida che abita le nostre mucose. Alice Bucknell, con “The Alluvials”, ci proietta invece in una Los Angeles futura, dove il punto di vista si sposta dall’uomo agli elementi naturali come fiumi e animali selvatici.
La dimensione rituale emerge nel lavoro di Patricia Domínguez, “Matrix Vegetal”, un santuario tecnologico che unisce botanica e guarigione quantistica, mentre Špela Petrič, con “PL’AI”, mette in scena un gioco interattivo tra piante di cetriolo e robot, rivelando uno spazio vitale condiviso. L’indagine speculativa si chiude con Marc Lee, che simula l’evoluzione di specie capaci di resistere a ambienti ostili, e Sookyun Yang, le cui creature ibride e dispositivi indossabili amplificano i nostri sensi per accogliere l’alterità robotica e biologica in una nuova, necessaria empatia.
L’arte digitale come strumento di sopravvivenza
La mostra si inserisce nel ciclo Meet the Nature, una risposta urgente alla crisi dell’Antropocene. Come sottolineato da Maria Grazia Mattei, fondatrice del MEET, comprendere i meccanismi della natura attraverso la tecnologia è un evento che cambia la percezione dell’essere umano nell’universo. Non si tratta di cercare soluzioni tecniche, ma di operare una ristrutturazione culturale: imparare dalla cooperazione delle piante e dalla resilienza dei funghi per progettare architetture di rete e protocolli di coordinamento sociale più resilienti.
Other Intelligences consegna una certezza: l’intelligenza non è proprietà esclusiva di un cervello centralizzato, ma un fenomeno emergente che fiorisce nelle relazioni. Visitare questa mostra significa accettare la sfida di decentrare l’umano, immergendosi in una scala temporale e sensoriale che sfida i nostri limiti, per scoprire che, forse, l’altro non è mai stato così vicino.








